martedì 28 aprile 2015

Quando un libro ha spessore... emozionale, ma non solo


è una vita che non parlo di libri nel blog.

vabbè, era una vita che non parlavo nel blog... figurarsi parlare di libri!!!

ma ieri ho finito di leggere questo libro e mi sento ancora avvolta dalla storia raccontata, così da avere il bisogno di parlarne, di raccontarlo ad altri.

vorrei dire che me lo sono divorato, come avrebbe meritato, invece l'ho letto a piccole dosi, ma per ragioni mie (più che altro di salute) e non per lo stile del libro.

è un libro molto bello, fatico a trovare gli aggettivi giusti per descrivere le sensazioni che mi ha dato, per l'argomento che tratta (e che non sapevo trattasse, dato che io l'ho comprato perché amo l'autrice), argomento in cui io, in qualche modo, sono invischiata tutt'ora: il cancro.
nel leggerlo mi sono chiesta se l'autrice stesse mettendo del suo, perché davvero nel leggere gli stati d'animo della protagonista si sente tutta la risma di sentimenti, paure, smarrimento che io stessa ho vissuto e sto vivendo ancora e so che nel futuro, quando la parte "principale" della mia malattia (spero) sarà un ricordo, vivrò, in occasione dei controlli periodici che inevitabilmente ti lasciano "tra color che sono sospesi".


ma non è un libro sul cancro!!! NO

è un libro sulla vita, sul crescere, sul maturare, sul giungere a patti con il passato e accettare il presente 

e si... volendo è un romanzo d'amore. anche questo. ma mi aspettavo un finale più rosa, più "e vissero tutti felici e contenti". 


E INVECE NO... il finale è come la vita: non c'è.
il che un po' mi ha lasciato con il fiato sospeso.

ma è giusto così


e poi è un libro - come per tutti i libri di quest'autrice - sui cani. sulla loro presenza nella vita di molti, sul loro cambiare la vita di molti anche solo per il fatto di esserci...


e ora gli aspetti negativi, tutti legati all'edizione italiana:


1 - che cavolo c'entra il titolo???
in inglese il titolo è "100 pezzi di me" che è effettivamente quello che sembra il filo conduttore per la logica della protagonista, salvo poi scoprire che non sono poi così importanti le cose di cui ti circondi.
i desideri del titolo italiano non hanno NIENTE A CHE FARE con li libro.



2 - che cavolo c'entra il cane nella copertina? il cane del libro è un levriero...


per una volta non ho niente da ridire della traduzione, che sembra fatta con criterio ed è scorrevolissima, ma sono sempre più schifata di come siano superficiali nel "presentare" un libro gli editori italiani.

non ritengo che all'estero siano "più bravi". ma se un libro si chiama "a hundred pieces of me"... avrà un suo perché? chi ha tradotto il titolo, avrà letto almeno il primo capitolo? da cui si capisce subito questo perché? 

temo che pure chi ha scritto la sinossi nel risvolto di copertina abbia letto poco, forse i titoli dei singoli capitoli o poco più... perché mi sembra improvvisata tanto per dire qualcosa.

un libro che vale molto, presentato con scarsa attenzione, anche se in una confezione accattivante: tutto quel verde invita a prenderlo in mano, così come gli occhioni del cagnolino.

penso che a breve lo rileggerò pure...

lunedì 27 aprile 2015

gite scolastiche


la pausa "caffè e crocette" di questi giorni è spesso punteggiata dalle gite scolastiche: una marea di ragazzini di varia età nel massimo momento di godimento del "giorno fuori dalla scuola", la pausa pranzo.

ne sto sentendo di divertentissime. godendomi per una volta i dialoghi e non detestando la presenza delle scolaresche come mi capitava tempo fa, quando le incontravo per le vie del centro, che camminavano indolentemente occupando tutta la via ed impedendo di muoverti a te che invece dovevi trottare per fare tutto per l'ora precedente e non eri certo "in gita".

giorni fa mi sono sentita uno stralcio di dialogo spassosissimo tra due ragazzini che non avranno avuto neanche 14 anni, mentre uscivano dal bar con in mano il loro gelato e si sedevano su due poltroncine non distanti dalla mia:

"Ah! Mio caro X, questa si che è vita!"
"Mah... c'è sempre qualcosa di meglio!"
"Meglio di non andare a scuola?"

che aria da vissuti! quell'aria da filosofia che solo uno che finora ha vissuto il mondo casa-scuola-amici può avere! fantastici! davvero!


oppure il silenzio incredibilmente carico di significati nel momento in cui un professore urla "ragazzi se volete comprare il gelato, venite che vi accompagno" dichiarato dal professore di turno.
un cambio di registro notevole dagli schiamazzi al "wow", "si si, dai!", "che bello!!!"


e oggi un altro momento buffo, mentre ricamavo il mio angioletto lento lento (sono io lenta, ma trasferisco sul ricamo i miei "difetti" ;-) ).
la scolaresca di turno stava giocando all'impazzata con una pallina da tennis urlando a più non posso.
nel bel mezzo del gioco sento un:

"mio nonno in cariola!!!!"

cosa??? esiste ancora??? lo dicevamo noi più di 30 anni fa!!

e mi ha anche fatto venire in mente l'espressione del mio amico Lucio che ho adorato e che ancora oggi ogni tanto mi torna in mente:
Ehhh, la nonna Belarda con i tacchi a spillo!

ai tempi del motto di Lucio eravamo un po' più grande di quelli scalmanati che oggi giocavano con la pallina, ma il concetto è quello: frasettine sceme tanto per dire.

e realizzi che noi cresciamo, ma certe cose rimangono "nell'aria" e vengono afferrate dai ragazzini della generazione successiva, o quella dopo ancora.
e loro non lo sanno, penseranno sia un'invenzione tutta loro.
ed è bello così


venerdì 24 aprile 2015

pause tecniche

in questi giorni di primavera sto sforzandomi a punteggiare la mia giornata con momenti precisi ed obbligati.
la colazione al bar al mattino: per me la colazione nei giorni lavorativi non esisterebbe, giusto il caffè prima di iniziare il lavoro. ma di questi tempi se non mangio qualcosa, non arrivo all'ora di pranzo e la giornata non è in salita, diventa un baratro in cui crollo miseramente senza combinare nulla di buono.
così mi sono imposta la colazione al bar ogni mattina, visto che a casa non la farei proprio.

la pausa caffè e crocette, ma soprattutto crocette dopo pranzo, prima di riprendere a lavorare: fuori di casa, lontano dal pc, dalle piccole faccende che a pc spento finirei a fare... mezzora o tre quarti d'ora dedicati al relax, a volte un po' di più, prima di riprendere a lavorare.

sono momenti che mi servono per arrivare a sera, se no non ce la faccio.

e così, in linea di massima, trascorro questi momenti al bar dei Giardini Pubblici: un po' perché mi piace come luogo, un po' perché per raggiungerlo devo fare 4 passi nel verde; non è un semplice "scendere dall'auto ed entrare nel bar", devo lasciare l'auto, abbandonare la strada, entrare nel verde... è un vero e proprio modo di uscire dal quotidiano per ritagliarmi un momento differente dal resto del tran tran.

dopo pranzo mi siedo all'aperto, bevo il mio caffè e poi tiro fuori le crocette. riesco a dare davvero pochi punti, perché sono distratta di mio e perché mi diverto anche ad ascoltare ciò che accade attorno a me.

la primavera è un momento molto frenetico per i Giardini Pubblici: oltre all'ordinario via vai di un bar che offre anche i pranzi ed ha i giochi per i bambini piccoli, adesso è periodo di gite scolastiche e i Giardini risuonano di risate, grida, rumori di ragazzini di varie età che per un giorno sono liberi dai vincoli dell'aula scolastica.

tempo fa avrei trovato la cosa snervante; oggi invece mi ci diverto pure. ascoltare gli adolescenti è insieme buffo ed istruttivo.

altre volte, la pausa la faccio altrove. in posti più silenziosi, sempre nel verde però! è diventato un elemento essenziale: un minimo di contatto con la natura. non riesco a farne a meno.

mi ritrovo in parchi meno frequentati, oppure mi fermo con l'auto in uno spiazzo con la vista sulla natura, i finestrini tirati giù o la portiera aperta, nel silenzio cinguettante di prati e alberi, ben differente dal consueto rumore cittadino.

ago in mano, filo che scorre sulla tela... e faccio pace con parte del mondo. prima di riaffrontarlo!

giovedì 23 aprile 2015

a spasso in compagnia


giro in auto nel piccolo labirinto di strade dietro all'ufficio che mi permette di evitare un pezzo trafficatissimo in direzione nord: in pratica scelgo la tranquillità e il perdermi in mezzo a viuzze facendo più strada, ma uscendone meno sclerata di quanto non ne uscirei per il percorso tradizionale. e forse ci metto lo stesso tempo. non importa. importa la mia sanità mentale.

nel percorrere una di queste straducole davanti a me una signora spinge una sedia a rotelle per la strada: i marciapiedi sono sempre carenti, dissestati e magari pure occupati dalle auto.
sulla sedia a rotelle c'è una signora anziana e mentre la sorpasso a velocità moderatissima noto che sulle ginocchia della signora c'è un "qualcosa" di nero.

non è un qualcosa, è un "qualcuno", un bel gattone nero che sta pacificamente seduto a farsi trasportare.
scorgo il volto beato della vecchietta, contenta di questo momento, di quel piccolo viaggio in compagnia.
poi, mentre mi allontano, noto che il gatto ha stabilito di essere arrivato al capolinea, scende dal grembo e l'ultima cosa che vedo è la testa della signora che segue i movimenti del gatto a terra.

un attimo, non più di 30 secondi, forse meno, per questo siparietto.

eppure sono almeno 3 giorni che lo ricordo con piacere.

la vecchiaia può essere davvero triste, se poi accompagnata da invalidità, ancor di più. e a volte un semplice micio che sceglie la tua compagnia anche per pochi metri può diventare un raggio di sole.

io ho vissuto così quel simpatico incontro: un raggio di sole in mezzo ad una strada di periferia solitaria e silenziosa